Andrea Doria, una storia di mare e di eccellenza italiana (video di Tabloid)

Al Galata Museo del Mare di Genova fino al 30 maggio una mostra, in collaborazione con l’Archivio storico Ansaldo, sul transatlantico che fu simbolo della rinascita italiana nel Dopoguerra e che

fu protagonista nel 1956 di un drammatico incidente.  

E’ rimasta nella storia come protagonista nel 1956 di una grande tragedia del mare, gestita però con esemplare professionalità. Ma prima ancora, l’Andrea Doria, transatlantico della Società Italia di Navigazione, è stata un simbolo della rinascita dell’Italia del secondo dopoguerra, e in particolare della città di Genova, dove la grande Ansaldo, che durante il conflitto aveva dato lavoro a migliaia di operai grazie alle produzioni belliche, era alle prese con 4.000 licenziamenti e scelse una faticosa riconversione industriale alla cantieristica navale. Fino al 30 maggio 2017 racconta questa storia una mostra al Galata Museo del Mare di Genova, realizzata in collaborazione con l’Archivio storico Ansaldo (segue sotto).​ 

 

L’Andrea Doria venne costruita e allestita in soli due anni, fra il 1951 e il 1952, nei cantieri navali di Sestri Ponente, le cui maestranze, nonostante le tensioni sindacali legate ai licenziamenti e alla riconversione di Ansaldo, produssero quella che venne considerata ‘la nave più bella del mondo’. Era un transatlantico di dimensioni non troppo grandi, che poteva ospitare 1.700 persone, di cui 600 di equipaggio e circa 1.200 passeggeri, suddivisi in tre classi: anche i passeggeri della classe turistica, che erano in gran parte emigranti, avevano a disposizione grandi comodità, come la piscina, e potevano usufruire di una cucina famosa per la sua alta qualità. La politica della Italia di Navigazione, infatti, era quella di concentrare sulle navi il meglio del made in Italy, a partire dai prodotti eno-gastronomici, affinché le navi fossero una vetrina internazionale dell’Italia. L’Andrea Doria effettuava, insieme ad altre navi della stessa compagnia, un servizio di linea Genova-New York, in un tempo in cui i collegamenti aerei di linea erano ancora poco usati e molto costosi. Fra la sua eterogenea clientela, la nave aveva il jet set internazionale che viaggiava in prima classe, con molti americani fra cui star del cinema e della cultura. La sua vita fu breve, meno di 4 anni: il 25 luglio 1956, alle 23.11, mentre si trovava a 200 miglia dal porto di New York, la nave venne speronata dal mercantile svedese Stockholm e si inclinò di 30 gradi: l’abilità del suo comandante Piero Calamai, insieme alla professionalità del suo equipaggio che diede anche prove di eroismo, evito l’affondamento immediato, dando il tempo ai soccorsi di intervenire e mettere in salvo la gran parte dei passeggeri. I morti furono comunque 46, oltre ai 6 della nave svedese, quasi tutti periti nel terribile impatto. Nonostante la sua dedizione, Calamai lasciò che la responsabilità del disastro venisse in parte addossata al suo equipaggio, per evitare che la colpa ricadesse sulla compagnia con ingenti danni economici. Dopo il naufragio dell’Andrea Doria, negli anni Sessanta la Società Italia di Navigazione, a capitale e gestione pubblica, costruì due enormi navi transatlantiche, la Michelangelo e la Raffaello, sovradimensionate rispetto alle esigenze di un mercato ormai al tramonto sconfitto dall’esplosione dei collegamenti aerei. Una scelta anti-mercato che porterà presto la compagnia a cessare le attività e riconvertirsi al traffico merci.

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